Come sta il pesce che mangiamo?

E’ piuttosto recente la notizia che il Pangasio, pesce che sta salendo prepotentemente alla ribalta sulle nostre tavole, in realtà sia un prodotto tutt’altro che sano. Per i pochi che ancora non lo sapessero, è un pesce d’acqua dolce che cresce in uno dei fiumi più inquinati del mondo, e la concentrazioe di metalli tossici che accumula nella sua breve esistenza è tale da essere rischioso per la nostra salute. Non solo: vivendo in un fiume, il Mekong, che è la discarica di diversi popolosissimi paesi, il pesce spesso è “ricco” di batteri e microbi non proprio salutari. Certo, costa poco (in realtà in diverse pescherie mica tanto poco), ha un sapore delicato, è facile da preparare. Ma cosa mangiamo?
Mangiamo inquinanti, tossine e qualche grammo di carne, decisamente un prezzo troppo alto. Gli aspetti interessanti di questa notizia sono però molteplici, e cercherò di elencarne qualcuno.

– Ci siamo tutti scandalizzati del fatto che possa nuocerci in prima persona, ma non abbiamo pensato neanche per un minuto che i costi ambientali sostenuti per farci arrivare in tavola questa delizia sono altissimi. Il pesce viene lavorato, congelato, trasportato a migliaia di chilometri di distanza e poi viene decongelato e esposto nei supermercati in banchi refrigerati. La catena energivora è paurosa, un etto di pangasio viene a costare al pianeta molto più di un’intera giornata con la tv accesa.

– I controlli fatti alle frontiere troppo spesso sono superficiali, come dice Conti ne “La leggenda del buon cibo italiano”, le dogane sono sottodimensionate e capita spesso che passino alimenti non conformi alle norme di sicurezza alimentare; oltretutto, basta che in uno dei paesi della comunità europea ci siano delle dogane poco attente o compiacenti, ed ecco che in tutta Europa (basta che un paese comunitario dia l’ok che si può entrare ovunque) entra cibo contraffatto o non conforme.

Pesci allevati

– Ci scandalizziamo del pangasio, ma continuiamo come se niente fosse a consumare pesce allevato perchè ci consente di portare a tavola più spesso questo tipo di carne. A questo punto, sarebbe bene sapere che il pesce allevato vive in “gabbie” abominevoli, stipato peggio delle galline, e la scarsa acqua a loro disposizione è altamente inquinata da batteri, germi e microbi, proprio come quella nella quale vive e si riproduce il pangasio. A differenza del Mekong però, la causa dell’inquinamento è dovuta all’alta concentrazione di sostanze “di scarto metabolico” prodotte dai pesci; per dirla in maniera poco elegante, i pesci di allevamento vivono nella cacca. Per sopperire a ciò, vengono loro somministrate dosi di antibiotici e di medicinali vari, che ovviamente vanno poi a finire nei tessuti e negli organi degli umani (o degli animali) che li mangiano. Fosse finita qui, potremmo pure starci. Come mangiano i pesci d’allevamento? Naturalmente diversamente da come farebbero in natura. Mangiano papponi di cereali misti a vitamine misti a medicinali, oli, grassi e farine animali. Avete letto bene, farine animali derivate dagli scarti della macellazione di bovini e pollame. Pollan, nel suo libro “il dilemma dell’onnivoro”, sostiene che gli scarti bovini sospetti di causare il morbo della mucca pazza, vengono somministrati ad altre specie; l’autore si chiede però cosa può succedere se un pollo o un pesce che hanno mangiato scarti bovini, a loro volta entrano nella catena alimentare di un altro bovino. Prospettive inquietanti e dai risvolti imprevedibili, ma di questo parleremo in futuro. Tornando ai pesci, abbiamo capito che quelli di allevamento vengono nutriti con cibo che in natura non avrebbero modo di consumare, e le conseguenze sugli organismi e sul consumatore finale, ancora una volta, sono imprevedibili. Senonchè, quando il dottore ci raccomanda di non consumare carne rossa, noi andiamo tranquilli sulla spigoletta senza sapere che abbiamo fatto un miscuglio di tossine micidiale.
– Non parlerei dei costi ambientali degli allevamenti intensivi perchè staremmo qui un anno; ovviamente sono elevatissimi, poichè come detto prima la concentrazione elevatissima di pesce provoca un inquinamento che in natura non esisterebbe.
Quando andiamo a comprare l’oratina o la spigoletta che “fanno tanto bene” quindi, sarebbe opportuno pensare che proprio bene non fanno e dirottare i nostri acquisti su prodotti pescati eticamente. Non ce lo possiamo permettere? Mangiamo pesce meno frequentemente, cereali e legumi sono ottime fonti di proteine e durante l’inverno è un piacere mangiare delle belle zuppe calde.

Gamberetti

-Ultimo punto ma non meno importante.
La maggior parte di gamberi scampi mazzancolle che arrivano sulle nostre tavole e che compriamo a prezzi relativamente bassi, viene dal sud est asiatico. A parte il fatto che per riempire i nostri stomaci con un pasto a base di piccoli crostacei dobbiamo ogni volta commettere un genocidio, questi paesi stanno subendo grossissime perdite da un punto di vista ecologico proprio grazie agli allevamenti intensivi. Addirittura si sostiene che, per far spazio agli allevamenti, abbiano eroso le foreste di mangrovie che erano l’unico baluardo atto a frenare la furia del mare; proprio per questo motivo quando arrivano i maremoti, non trovando ostacoli sul loro cammino, entrano e devastano enormi porzioni di terra (e uccidono centinaia di persone). I gamberetti quindi racchiudono il peggio dei due alimenti sopradescritti (scarsi controlli alla frontiera e conseguenze da allevamento intensivo), ma in più sono responsabili della devastazione di ettari di terre e della morte di esseri umani,
A questo punto mi chiedo, sono i gamberetti i responsabili o noi che continuiamo a mangiarli?

Conclusioni

Al di là del clamore della notizia dell’ultima ora, sarebbe sempre bene informarci su quello che mangiamo: la filiera, in che condizioni ecologiche e lavorative viene prodotto, quali sono gli ingredienti e come sono “cresciuti e nutriti”. Essendo il cibo diventato uno dei business più forti e controllati del pianeta, e dovendo le industri e alimentari generare sempre il massimo dei profitti, gli unici controllori di ciò che mangiamo dobbiamo essere noi.
E, sinceramente, se proprio dovessi scegliere tra pesce di dubbia provenienza e qualità e foglie di insalata biologica, saprei di sicuro che le seconde non mi farebbero strani danni oltre che ad arricchirmi di vitamine e minerali.

Come sta il pesce che mangiamo?ultima modifica: 2008-11-27T08:51:05+00:00da bibendum3
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2 pensieri su “Come sta il pesce che mangiamo?

  1. Ciao Barbara,
    come al solito interessantissimo post.
    Io non consumo molto pesce, a dire il vero… ma quando lo compro mi sincero sempre che sia pescato e non allevato e non mi ispira un gran che il pesce di fiume o di lago. C’è al mondo un fiume o un lago che non sia inquinato?
    Compro poi sempre pesce azzurro, è economico e buono.
    Un bacio
    Francesca

  2. Ciao,
    il mio pescivendolo però mi dice che c’è distinzione tra i pesci allevati, in quanto esistono quelli allevati in vasca e quelli allevati in mare (non nelle vasche) anche se non può garantirmi che non gli venga somministrato mangime. Personalmente acquisto per prudenza quello non allevato che costa il triplo (almeno per le orate), ma mi lascia cmq in dubbio l’inquinamento del mare. Qui sopra si parla di pesce allevato eticamente… e come si fa a sapere com’è allevato, tanto finchè non capita qualcosa (vedi mucca pazza, aviaria, diossina nei maiali) nessuno si preoccupa di far indicare la provenienza dei pesci , un po’ + specifica di quella che c’è ora (italia, Spagna etc..un po’ generica). Riuscire a mangiare sano (in senso di bio) è veramente difficile!

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