i costi sociali dell’aranciata

Un mese fa circa mi capita di ascoltare alla radio la discussione di un problema molto sentito in Calabria ma poco pubblicizzato in Italia. Due giorni dopo, vado sul sito di The ecologist (clicca qui) e noto con grande dispiacere che all’estero ne hanno fatto un’inchiesta che è stata presa molto sul serio, tanto da indurre la Coca Cola ad aprire un’indagine interna.

Il dispiacere deriva dal fatto che qui l’opinione pubblica ignora o se ne frega di problema che parte da noi e ha risonanza mondiale.

Ma veniamo ai fatti:

le arance calabresi vengono acquistate dalle grandi multinazionali delle bibite per farne il succo che verrà poi messo, in infima percentuale, nelle aranciate.

Il prezzo di acquisto è ovviamente stabilito dalle multinazionali, le quali per quest’anno hanno fissato un cartello di 7 centesimi per chilo. Si noti bene l’enorme differenza di prezzo tra quanto le paghiamo noi al dettaglio (tra i 70 centesimi e l’euro e 50), e si noti bene quanto costa un litro e mezzo di aranciata considerando che di succo ce n’è il 10% più zuccheri e aromi vari.

Qual’è il problema, direbbe il cittadino medio(cre)? E’ una vendita all’ingrosso, viene garantito l’acquisto del raccolto, i coltivatori possono stare tranquilli con acquirenti del calibro di quelle multinazionali…

Il problema è che, a fronte di un ricavo di 7 centesimi al chilo, il costo di raccolta e quello di trasporto è di 10 centesimi (7+3). Non solo: i pagamenti vengono, a detta dei coltivatori, dilazionati a 365 giorni, il che significa che il ciclo di vita produttivo di un albero di arance mi darà un guadagno dopo due anni. Ovviamente, sempre che decidano di pagare, come dichiara un coltivatore nel video su youtube: clicca qui

Chi può permettersi di coltivare oggi per vedersi retribuire il 30 marzo 2014, o addirittura mai?

Cosa comporta questo, oltre che mandare sul lastrico centinaia di famiglie?

La maggior parte dei lavoratori,  che si dedicano alla raccolta delle arance è extracomunitario: molti di loro sono clandestini. Le loro condizioni di vita sono terrificanti, come denunciato da Emergency. Queste persone vengono spesso arruolate dai famosi caporali, i quali alla fine di una lunga giornata di lavoro pagata circa 25 euro, si prendono una lauta percentuale lasciando pochi euro nelle tasche.

Così, per poter vivere, si arrangiano in capannoni, tende, edifici fatiscenti. Non solo:  secondo i medici di Emergency molte malattie da contatto, dermatiti, congiuntiviti,  possono essere ricondotte all’uso improprio di anticrittogamici, pesticidi, etc.

La Coca Cola, una delle multinazionali che approfitta di queste produzioni, sta cercando di porre un qualche tipo di rimedio per rendere più eque le condizioni di lavoro, ma basterebbe semplicemente pagare equamente i produttori e con scadenze decenti per risolvere il problema senza dover ricorrere a idee creative. Molto semplice: se metti in condizione le persone di poter vivere, il degrado e la povertà si riducono.

 

Quando apriamo il frigorifero e stappiamo la nostra frizzante bibita con l’acquolina in bocca, pensiamo a cosa nascondono quelle invitanti bollicine: ingiustizie sociali, costi sociali elevatissimi seppur nascosti, decadimento del sistema economico italiano.

Cosa possiamo fare noi, per ovviare a ciò?

Come sempre molto, anzi di più.

Compriamo un chilo di arance da un coltivatore diretto, una bottiglia di acqua frizzante in vetro, e misceliamo il succo di un’arancia con un litro di acqua e un cucchiaino di malto di riso o orzo.

Agitiamo velocemente, aggiungiamo qualche cubetto e voilà: vitamine e gusto a costo sociale zero!

i costi sociali dell’aranciataultima modifica: 2012-03-30T15:35:00+00:00da bibendum3
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